I rischi connessi all’analfabetismo digitale

Illustrazione da Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino, Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 - disegni e incisioni di Carlo Chiostri e A. BonginiPuò dirmi che browser usa?
Non ce l’ho, non me lo avete installato

Si naviga impavidi nel procelloso mare di internet, si posta su Facebook, si twitta su Twitter, si mandano email, si aprono email, si commercia con l’e-commerce…
Ma il possesso e l’uso di un dispositivo informatico, per quanto raffinato, sono di per sé sufficienti a rendere un utilizzatore un soggetto consapevole e non consumatore passivo?
La domanda, va da sé, è retorica e la risposta è un secco no.

Nonostante anni di apparente consuetudine con la rete e gli strumenti informatici e a dispetto della diffusione di apparecchi sempre più capaci e potenti, il livello di conoscenza di questi stessi strumenti da parte di chi ne fa uso non sembra cresciuto.
Inoltre l’avvento di dispositivi sempre più “facili”, tali cioè da rendere automatico e quasi trasparente operare su una rete, ha praticamente annullato la necessità  di una conoscenza almeno basilare del mondo dell’informatica, col risultato di abbassare ulteriormente la semplice percezione dei meccanismi elementari alla base dell’uso di un software o della navigazione in rete.
E’ una condizione che si potrebbe (impropriamente) definire “Analfabetismo informatico funzionale“.
Dico impropriamente un po’ perché sulla questione dell’analfabetismo funzionale la penso più o meno così (http://www.dudemag.it/attualita/chi-parla-di-analfabetismo-funzionale-e-un-analfabeta-funzionale/) e anche perché sono consapevole che l’associazione non regge del tutto sul piano logico, ma tutto sommato può richiamare bene il concetto, almeno da un punto di vista immediatamente semantico. Quindi mi impossesso disinvoltamente dei termini per coniare a mia volta una definizione, anche se imprecisa ed arbitraria:

“Analfabetismo informatico funzionale: l’uso quotidiano e costante di strumenti informatici e applicazioni senza la capacità  di riconoscere e capire ad un livello basilare ciò che si sta usando.”

 

Riconoscere.
Molti non sanno neppure dare un nome a ciò che usano. Usufruiscono regolarmente della posta elettronica. Chiedete quale client di posta usano; non sanno dirvelo semplicemente perché non sanno che ciò che stanno usando è un “client di posta”.

Capire.
La percezione del web come un’infrastruttura di supporto in cui “si entra” per “fare qualcosa” è quasi inesistente. Per molti Facebook “è” Internet e tanti per andare sul proprio sito lo cercano su Google (non provate a parlare loro di barra degli indirizzi).
Così è frequente imbattersi nel cliente che continua a vedere “sbagliata” la pagina web che gli avete sistemato il giorno prima perché non sa cos’è una cache del browser (se lo invitate a svuotare la cache ovviamente non saprà  che pesci pigliare), o nella richiesta di aiuto del vostro amico che clicca compulsivamente su qualunque allegato di posta scatenando virus che neanche un plotone di Lanzichenecchi nella guerra dei trent’anni sarebbe stato in grado di diffondere.
Se pensiamo inoltre a quanti non riconoscono una pagina di login fake guardandone l’URL perché non sanno cosa sia un URL, possiamo capire come certe trappole – pur essendo palesemente delle frodi – possano avere ancora tanto successo.

Parliamo quindi di un handicap di conoscenza basilare, non approfondita né tecnica. Saper guidare un auto non impone di saperla riparare o costruire. Ma guidare un auto non è neppure solo girare il volante e cambiare le marce: significa conoscerne l’uso corretto, i limiti e i rischi eventuali ad essa connessi e il codice della strada.
L’analogia è trasportabile anche nell’uso degli strumenti informatici e, soprattutto, in quella loro estensione che è il Web.
Conoscere la terminologia essenziale, le funzionalità  principali degli applicativi, banalmente sapere a grandi linee che cosa è un server sono le basi da cui può partire la trasformazione da “utilizzato” a “utilizzatore” delle opportunità  fornite da questo mondo digitale. Per quanto ci riguarda, nel nostro piccolo, cerchiamo di diffondere e stimolare questo processo di apprendimento sia dialogando con i nostri clienti sia attraverso questo blog. Anche se sappiamo benissimo che quando chiederemo “Può dirmi che browser usa?” potremo ancora sentirci rispondere “Ah sì, io uso solo Google“.

Dal 2009, anno in cui Google fece circolare la (quasi) celebre inchiesta “What is a Browser?” in occasione del lancio di Chrome, a oggi non penso che la situazione sia migliorata.
L’automatismo “trasparente” imposto dai dispositivi mobili, come già  sottolineato, può solo avere reso ancora più astratta e lontana la percezione di “come” funzionano i dispositivi stessi.
Quanto al paradosso, a nostra esperienza sempre più frequente, del cliente/navigatore che per collegarsi al proprio sito lo cerca su Google?
La spiegazione direi proprio che si trova nelle tecniche invasive/pervasive di Google… Diciamo che non è proprio tutta e solo colpa degli utilizzatori?

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Fabio Bosso
Nea Mesa Comunicazione

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